Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo»

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Mercoledì II settimana di Avvento
10-12-2025

Risuonano in questo luogo che accoglie e si prende cura della sofferenza e della malattia le parole di Gesù nel breve vangelo appena proclamato: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo». Gesù sembra voler fare concorrenza ai medici e agli infermieri presentandosi come un medico particolare per chi è affaticato e oppresso.

Gesù però non parla della malattia e della sofferenza ad essa legata ma di quello che la malattia provoca: quel senso di oppressione, il timore di non farcela, la fatica di accettare la nostra fragilità, la paura che porta con sé ogni male fisico. Gesù si presenta come un medico dell’anima e del cuore che però non sono altra cosa rispetto al male fisico.

Quando ci sentiamo affaticati e oppressi nessuna parola o ragionamento ci è di aiuto, ma ci può aiutare sentirsi presi a cuore da qualcuno, questo può aiutare molto. L’esperienza di fede non ci aiuta solo a trovare una chiave di lettura alla vita, ma è anche a sperimentare un misterioso abbraccio che ci avvolge e ci scalda soprattutto quando le forze vengono meno. Tra i doni dello Spirito c’è anche la fortezza e la consolazione.

Gesù nel Vangelo di oggi ci indica anche come poter accogliere il dono della pace e del riposo interiore: “Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero”.

Significa fondamentalmente due cose: 1) prendere il suo giogo indica lo smettere di vivere le cose da soli, poggiandosi sulle nostre sole forze; la potenza della fede è sapere di non essere soli, di poter vivere “insieme” a Cristo e anche a coloro che ci vogliono bene o si prendono cura di noi qualunque circostanza della nostra vita. 2) La seconda cosa è la mansuetudine e l’umiltà, cioè la scelta di non vivere in continua agitazione e ribellione, ma con l’atteggiamento di chi affronta ciò che ha dinanzi senza perdere tempo nella lamentela. Vivere così alleggerisce la vita.

C’è anche un’altra indicazione che possiamo cogliere dalla sapienza del profeta Isaia nella prima lettura. Talvolta, scrive Isaia, il nostro dolore ci sembra così grande e invincibile, che perdiamo di vista il contesto in cui si colloca. Scrive così Isaia: «Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose?» Sollevare gli occhi nei momenti in cui ci sentiamo troppo provati o trascurati nelle nostre afflizioni non è certo un’operazione agile, eppure il Signore ci invita a compiere questo impegnativo approfondimento di sguardo e non dimenticare che la nostra afflizione, anche quando è grande, resta piccola, perché è parte di un tutto a cui partecipiamo: la vita degli altri, il creato, la storia e noi vediamo ogni giorno i drammi della storia.

Però poi anche Isaia regala una carezza come quella di Gesù: «Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore dello spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi». Isaia è un sognatore e ci invita a guardare la piccola vita di ciascuno di noi dentro un orizzonte più grande; ci invita a volare alto riconoscendo che anche il nostro male di oggi non è più grande del dono della vita e di tutto quello che ci è dato di vivere. Se questo non toglie la sofferenza, può almeno limitare il lamento, la ricerca di un colpevole, la rabbia che a volte ci prende.

«Prendete il mio giogo su di voi». Il Signore ci chiede di osare la prossimità con Lui, di vivere nella sofferenza una compagnia particolare.

A questo medico particolare che è il Signore affidiamo oggi il nostro ospedale, i medici, gli infermieri, tutto il personale amministrativo. Ho sempre immaginato un ospedale come un santuario particolare dove la gente viene per trovare risposte, per chiedere delle grazie. Nei santuari si entra in punta di piedi, è un luogo sacro, è certa la presenza del Signore.

+ Giampaolo Dianin