Nei giorni dell’avvento mi ha fatto molto pensare il racconto evangelico dei due ciechi che seguono Gesù gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi». Gesù continua a camminare e rivolge la parola ai due ciechi solo quando sono in casa e alla loro domanda di poter vedere il Maestro chiede loro: «Credete che io possa fare questo?». Di fronte al loro sì convinto Gesù tocca i loro occhi e dice: «Avvenga per voi secondo la vostra fede» (Mt 9,27-31).
Viviamo un tempo di vera cecità spirituale al punto da non riconoscere più la nostra umanità, ma ci lasciamo afferrare da guerre dove si spara senza vedere che l’altro è un essere umano come noi; da logiche arroganti di potere dove l’interesse nazionale non vede più la condizione drammatica di intere parti del mondo; ciechi anche di fronte a persone che fino a ieri amavamo, ma ora sono nemici da eliminare perché noi vediamo solo noi stessi. È la cecità della guerra, dei nuovi equilibri mondiali che si stanno formando, dei quotidiani femminicidi per citare solo alcune delle cecità del nostro tempo.
Ci sorprende questa cecità che avvolge il mondo, ci chiediamo come sia possibile, ma spesso riconosciamo anche in noi qualche forma di cecità. Essere ciechi significa vivere nel buio e non vedere l’altro. Tante volte nella vita ci sentiamo al buio, non vediamo un senso, non sappiamo dove andare. La cosa migliore che possiamo fare come cristiani è pregare, senza arrenderci a quel buio, è gridare al Signore come fanno i due ciechi del racconto evangelico. Gridiamo per noi, gridiamo per il mondo a colui che può ridarci e ridare la vista.
Avvertiamo anche una certa fatica a comprendere per quale motivo il Signore non debba intervenire subito ed efficacemente là dove c’è un’ingiustizia, un torto subito, la pace che non fiorisce, una debolezza minacciata, là dove c’è tanta, troppa cecità.
Nel brano evangelico Gesù aspetta di entrare nell’intimità della casa, per interrogare i due ciechi: «Veramente volete vedere? Credete che io posso aprirvi gli occhi?». Dio non agisce per magia, ma per fede. E la fede si esprime in un rapporto personale con Lui. Chi “vede” nel bambino di Betlemme il Signore e crede in lui può osare domande impossibili.
Rispondere alla domanda provocante di Gesù sulla nostra fede significa riprendere il timone della nostra vita accettando di viverla con responsabilità e impegno. I nostri occhi si aprono, infatti, nella misura in cui prendiamo coscienza di voler vedere e quindi di poter accogliere il dono rinnovato di un modo nuovo e impegnativo di vedere, di concepire e di rischiare la vita.
Il bisogno di vedere deve passare attraverso la disposizione intima a credere di poter vedere. Ciò che il Signore fa per noi vuole farlo attraverso di noi, guidandoci in un processo di maturazione interiore. Era uno dei tanti sogni di Isaia: «Liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno» (Is 29,18).
Nell’intimità di quella casa speciale che è la grotta di Betlemme quel bambino ci attira, ci stupisce, sembra chiedere di essere preso in braccio, ci chiede se crediamo in lui proprio come ha domandato ai due ciechi. «Gli risposero: Sì, o Signore, noi crediamo che tu possa farlo». Allora toccò loro gli occhi e disse: «Sia fatto a voi secondo la vostra fede». E si aprirono i loro occhi.
Il primo miracolo è accorgerci di essere ciechi; il secondo è la forza e la grinta della preghiera. Gesù ci dona questa luce nuova, ma non attraverso illuminazioni strane, bensì cambiando i nostri occhi. Il cristianesimo è anche vedere in maniera nuova le stesse cose perché ciò che è cambiato, perché guarito, è il nostro sguardo.
Il Natale ci aiuti a riconoscere la nostra cecità e quella che c’è attorno a noi; ci doni la forza della preghiera per riavere noi uno sguardo nuovo e perché l’umanità sia liberata dalla sua cecità. La luce flebile e gentile del mistero di Betlemme compia il miracolo della vista, quella interiore che può osare passi di pace, di compassione, di misericordia per questa nostra umanità avvolta nelle tenebre.
+ Giampaolo Dianin

