- Come una madre consola un figlio
Faccio mia l’icona della Madonna della Navicella che aprendo il mantello accoglie il Figlio appena deposto dalla croce. Oggi la Chiesa accoglie tra le sue braccia tutti i malati: quelli che portano ferite fisiche e spirituali; quelli che sono in un letto di ospedale o fanno i conti con una malattia; quelli che l’età sta rendendo sempre più fragili e dipendenti dai fratelli.
Isaia nella prima lettura celebra la misericordia e la tenerezza di Dio: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò». Isaia ci presenta un volto particolare e nuovo di Dio che il popolo ebraico conosceva poco. In Israele erano abituati a un Dio molto particolare: liberatore, legislatore, guida, vittorioso contro tutti i nemici di Israele. Isaia, e con lui i profeti, ricevono la rivelazione di un altro volto di Dio: la tenerezza di una madre. «I suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati». Ma è Gesù che ci porta a fare un salto mortale nella conoscenza del vero volto di Dio.
- Dio non passa oltre
La parabola del buon Samaritano la conosciamo a memoria. Prima di tutto parla di Dio e di Gesù: Dio è colui che non passa oltre.
È il grande mistero dell’incarnazione: quella strada che da Gerusalemme porta a Gerico è anche la lunga strada della storia della salvezza, la storia di un Dio che non passa oltre, che riconosce la nudità di Adamo, la schiavitù in Egitto, la sofferenza degli esuli a Babilonia, i tradimenti del popolo eletto e non passa oltre ma si fa vicino e prossimo a quel popolo amato.
Fino ad arrivare a Gesù che è il Dio che si ferma per soccorrere l’umanità ben rappresentata da quell’uomo ferito sul ciglio della strada. Dio non passa oltre, Dio è compassione, Dio è prossimità, Dio è amore, Dio è cura, Dio è guarigione.
La storia di Gesù è la storia di Dio che si è fermato, si è fatto prossimo, ha curato le nostre ferite con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria l’albergatore. Gesù ci ha insegnato chi è il prossimo, ma ci ha mostrato come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini.
- L’amore dona e si dona
L’amore non è passivo, scrive il Papa nel suo messaggio per questa giornata, l’amore è attivo, si muove per andare incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita.
L’amore non si accontenta di fare del bene, ma partecipa personalmente alle sofferenze dell’altro e arriva a coinvolgersi e a donare sé stesso. L’amore non dona qualcosa ma arriva a far sì che la nostra persona sia parte del dono.
Passare dal semplice, anche se mai banale, fare del bene al donare se’ stessi è possibile perché il discepolo è abitato dall’amore di Gesù. Gesù ha guarito, ridato la vista, liberato chi era posseduto, ma l’apice della sua prossimità a noi, l’ha realizzato sulla croce dove ha donato se’ stesso per noi. Chi ha riconosciuto questo amore infinito può a sua volta entrare nella logica del donarsi.
- Farsi prossimo insieme
Il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura, ma non lo fa da solo, individualmente, ma si preoccupa che la sua azione abbia una continuità grazie a quell’albergatore.
I malati hanno bisogno di una rete di Samaritani, dove ciascuno fa la sua parte. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale.
Penso all’importante di realtà come l’Unitalsi dove ci sono medici, infermieri, gente che non ha titoli particolari, ma ha la competenza del cuore e la laurea in compassione. Ma penso anche ed altre realtà presenti nella nostra diocesi: i gruppi di preghiera di Padre Pio, il Centro volontari della sofferenza, l’associazione delle donne operate al seno, quella per la leucemia, il Centro aiuto alla vita, l’Avis, l’Associazione Cuore amico, i Cavalieri di malta. E penso ai ministri straordinari della comunione presenti in tutte le nostre parrocchie, segno dell’attenzione agli anziani e ai malati delle nostre parrocchie.
- Il duplice comandamento dell’amore
Nel duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (Lc 10,27), possiamo riconoscere il primato dell’amore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi a chi soffre.
L’amore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dell’autenticità dell’amore per Dio, come attesta l’apostolo Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”» (1Gv 4,12-16). Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e sé stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili. Servire il prossimo è amare Dio nei fatti.
A Maria, madre della Navicella, salute dei malati, affidiamo tutti i nostri malati e l’Ospedale qui vicino perché il calore di quel mantello e della sua tenerezza doni a tutti forza e salute.

