«Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore»

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Vigilia della solennità di Tutti i Santi – Cattedrale di Chioggia - Omelia di insediamento in diocesi
31-10-2026

Carissimi fratelli e sorelle,

«Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore».

Queste parole del salmo che abbiamo cantato mi sembrano un dono straordinario per iniziare il nostro cammino insieme.

Oggi, in questa cattedrale, siamo una comunità in festa. Dopo un tempo di attesa, la Chiesa di Chioggia accoglie il suo nuovo vescovo. Ma la Parola di Dio ci aiuta a riconoscere qualcosa di molto più grande: è il Signore Gesù che continua a visitare, amare e accompagnare questa sua Chiesa.

E noi siamo qui per cercare il suo volto. Ma soprattutto è Lui che cerca noi.

Ma vorrei subito aggiungere: non possiamo pensare soltanto a coloro che cercano consapevolmente il Signore. Ci sono uomini e donne che non lo cercano più, che non sanno come e dove cercarlo, che hanno smarrito la fede o si sono allontanati dalla Chiesa, forse perché feriti o delusi. E ci sono persone che non hanno mai incontrato davvero Gesù.

Ci sono persone, tra queste tanti giovani, che portano dentro un vuoto, una domanda di senso, una nostalgia di felicità alla quale non sanno dare un nome.

Non possiamo pensare che siano estranee al cuore di Dio.

Credo profondamente che anche nel cuore di chi non crede possa abitare un desiderio di Dio ancora sconosciuto a lui stesso. E il Signore non viene soltanto a riempire un vuoto: viene a donarci una vita sovrabbondante, una gioia più grande di quella che avremmo potuto immaginare.

Per questo la Chiesa non può limitarsi ad attendere chi viene. È chiamata ad andare incontro, a cercare, ad ascoltare, ad accompagnare.

«Perché andiate e portiate frutto».

È la parola di Gesù che accompagna il mio ministero fin dal diaconato. Oggi sento che diventa un mandato affidato a tutti noi.

 

La prima lettura, tratta dall’Apocalisse, ci fa contemplare una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua.

È la moltitudine dei santi.

Noi oggi celebriamo certamente i santi che conosciamo, quelli che la Chiesa ci propone come esempi e intercessori, quelli che invocheremo fra poco, primi fra tutti i santi martiri Felice e Fortunato. Ma celebriamo anche gli innumerevoli santi che forse non troveremo mai scritti nel calendario e che soltanto Dio conosce.

Sono persone che abbiamo incontrato, che hanno abitato le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre città, hanno fatto la spesa accanto a noi, erano in fila in ospedale o presso la Caritas.

Penso a tanti genitori che hanno trasmesso la fede ai figli; a sacerdoti, diaconi e vescovi che hanno consumato la loro vita nel ministero; a persone consacrate che hanno pregato, amato e servito nel silenzio; a uomini e donne che hanno custodito la fedeltà nelle prove. Penso a chi ha lavorato in mare e nelle nostre campagne; a quanti, a causa delle alluvioni, hanno dovuto lasciare le nostre terre per cercare altrove un futuro migliore; a coloro che sono giunti da altri Paesi e hanno vissuto tra noi. Penso a coloro che hanno sofferto, piccoli e grandi, ai giovani, a tutti coloro che hanno perdonato, accolto e condiviso il poco che avevano.

Quanti santi sconosciuti hanno camminato sulle strade della nostra diocesi! Quanti ne abbiamo avuti accanto senza riconoscerli!

E loro, proprio oggi, dal cielo accompagnano questo nostro incontro.

La santità non è riservata a pochi privilegiati. È la vocazione di tutti.

La seconda lettura ce ne rivela il fondamento: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!».

Lo siamo realmente!

Prima di qualsiasi ministero o responsabilità, siamo figli amati di Dio.

Poco fa, entrando in cattedrale, ho asperso me stesso e voi con l’acqua benedetta. Quel gesto ci ha ricordato che il vescovo, prima di essere pastore, è un battezzato, un discepolo di Gesù sempre in cammino.

Quindi, non vengo a voi come uno che ha già raggiunto la meta. Vengo come un fratello che desidera camminare con voi, lasciandosi continuamente convertire dal Signore.

Ecco perché possiamo dire che siamo una generazione che cerca il suo volto: siamo un popolo in cammino verso la santità.

 

Papa Leone XIV, che mi ha inviato qui con voi, in una recente lettera ai vescovi del Sud America, ha ricordato che quando un vescovo varca la soglia della cattedrale entra in una storia di fede che lo precede, nella quale lo Spirito Santo è già all’opera.

È una verità che oggi sento particolarmente viva.

Io non vengo a cominciare la vostra storia. Vengo a entrare, con rispetto e amore, nella storia che il Signore ha già scritto e nella quale, per il mistero della sua Provvidenza, da oggi viene a intrecciarsi anche la mia.

Una storia di fede, di amore all’Eucaristia, una storia di carità, di missione. Una storia che porta i segni luminosi della grazia e anche le ferite e le fatiche di ogni vicenda umana.

Desidero conoscerla, ascoltarla, imparare ad amarla.

Desidero incontrarvi nelle vostre comunità, dalle rive della laguna alle terre del Delta del Po, nelle parrocchie, nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi del lavoro e della sofferenza.

E desidero cercare anche coloro che non si avvicinerebbero mai spontaneamente al Vescovo.

Papa Leone XIV usa un’espressione bellissima: «Il ministero di un successore degli Apostoli esige di vivere con il cuore in cielo e i piedi a terra».

Il cuore in cielo, per non perdere mai il Signore, unico e necessario Salvatore.

I piedi a terra, per non perdere mai le persone che Egli ci affida.

Sulla soglia della cattedrale ho baciato il Crocifisso.

Quel bacio è una promessa. Mi ricorda che l’amore del pastore non può essere misurato sulla comodità o sulla facilità del cammino.

Non conosco ancora tutte le gioie e le prove che vivremo insieme. Ma desidero imparare ogni giorno da Gesù Crocifisso a rimanere accanto a voi, soprattutto nei momenti difficili. Così come i pescatori guardano al Crocifisso che si trova nella chiesa di san Domenico.

E, prima di ricevere il pastorale e sedere sulla cattedra, mi sono inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento.

È il gesto che più di ogni altro ci ricorda una verità fondamentale: Cristo rimane con noi.

È Lui il vero Pastore. È Lui che ci raduna, ci perdona, ci nutre e ci manda.

 

Abbiamo ascoltato poco fa la Bolla con la quale il Santo Padre Leone XIV mi ha costituito vescovo di Chioggia.

Vorrei condividere con voi una particolare emozione.

Il papa ha iniziato la sua lettera con una preghiera di sant’Agostino:

«Davanti a Te stanno la mia forza e la mia debolezza: conserva la prima, guarisci la seconda».

Quanto sento vere queste parole!

Porto con me la gioia e la gratitudine di quanto ho ricevuto nella mia vita, ma anche la consapevolezza della mia fragilità.

Eppure, proprio a partire da questa fragilità, sento la fiducia che il Signore continua a donarmi. «È proprio nella fragilità riconosciuta e accolta che si apre lo spazio alla creatività di Dio. Il Signore non attende che diventiamo perfetti per operare meraviglie nella nostra vita: prende ciò che siamo, anche le nostre povertà, e ne fa il luogo in cui manifesta la sua grazia».

Nella stessa Bolla, Papa Leone XIV ha voluto ricordare il mandato che accompagna il mio ministero: «Perché andiate e portiate frutto».

Ma, al termine della lettera, la sua preghiera si allarga a tutti noi: chiede che possiamo tutti portare frutto per la vita eterna.

Ecco il senso più profondo di questo giorno solenne!

Non è soltanto il vescovo che riceve una missione. È tutta la Chiesa che viene nuovamente chiamata a riconoscere la propria vocazione, che è la missione!

La cattedra e il pastorale non mi pongono al di sopra di voi come un padrone. Mi ricordano che sono stato inviato per custodire la fede trasmessa dagli Apostoli, annunciare il Vangelo, servire la comunione e sostenere la speranza. Sono chiamato, con tutto il presbiterio, a rendere presente il Signore Gesù attraverso l’annuncio della Parola, i sacramenti e uno stile di relazioni improntato al Vangelo, senza altro interesse che farlo conoscere e incontrare, nella gratuità della carità e nella verità.

E mentre oggi mi avete manifestato il vostro affetto e la vostra disponibilità, sento che a questo dono devo rispondere con una paternità sincera, con l’ascolto, con la vicinanza e con la dedizione.

 

Il vangelo delle Beatitudini ci dice quale strada percorrere.

«Beati i poveri in spirito… Beati i miti… Beati i misericordiosi… Beati gli operatori di pace…».

Le Beatitudini sono prima di tutto il ritratto di Gesù.

È Lui il povero, il mite, il misericordioso, il puro di cuore. È Lui che dona la pace e offre la propria vita per amore.

E noi siamo chiamati a lasciarci trasformare da Lui.

Vorrei che la nostra Chiesa fosse riconoscibile da questo stile: una Chiesa umile, capace di ascoltare, misericordiosa, vicina ai poveri, attenta a tutte le famiglie, a tutti i ragazzi e i giovani, senza escludere nessuno; accogliente verso chi è in ricerca e capace di riconciliazione.

Una Chiesa che non si rassegna alla solitudine delle persone, che non alimenta divisioni, che sa prendersi cura delle ferite.

Il vescovo Giampaolo Dianin, che ringrazio con tutto il cuore per il cammino fatto nella nostra diocesi, negli appunti pastorali che ci ha consegnato per quest’anno, ha riproposto alla nostra diocesi una domanda decisiva, la domanda del Signore Dio a Caino: «Dov’è tuo fratello?».

Tutti dovremmo sentire questa domanda risuonare nel cuore e nelle viscere, perché prima o poi Dio la rivolgerà anche a ciascuno di noi: «Dov’è tuo fratello?». Quanto vorremmo che risuonasse nella coscienza di tutti, dai potenti della terra fino ai più piccoli! Ma non possiamo rivolgere agli altri questa domanda se noi per primi non ci impegniamo a diventare artigiani di fraternità, come ci ha invitato a fare il vescovo Giampaolo.

Diventare artigiani di fraternità.

È una consegna preziosa che desidero accogliere e condividere con tutti voi.

Essere fratelli non significa essere sempre d’accordo. Significa riconoscere che l’altro mi è affidato, che la sua vita mi riguarda, che le sue fatiche non possono lasciarmi indifferente.

Come il Buon Samaritano, siamo chiamati a fermarci, ad avere compassione, a prenderci cura.

Ecco una Chiesa che vive le Beatitudini!

Una Chiesa nella quale ciascuno possa sentire che c’è un posto anche per lui, per lei.

Una Chiesa che cerca il volto del Signore e, proprio per questo, non smette di cercare i volti dei fratelli e delle sorelle, soprattutto quelli che rischiano di rimanere invisibili.

 

Carissimi,

oggi affido alla Vergine Maria questo nuovo tratto di cammino.

Prima di giungere in cattedrale, ho voluto sostare in preghiera davanti alla Madonna della Navicella, venerata come Salus Populi Clodiensis, In Lei riconosciamo la Madre che accompagna, protegge, richiama e custodisce i suoi figli, e che non si stanca mai di indicarci Gesù.

Penso ai tanti luoghi mariani di questa diocesi, che desidero conoscere e visitare, e alle comunità che, di generazione in generazione, hanno affidato alla Vergine le loro gioie, le loro fatiche e le loro speranze. Verrò a pregare con voi davanti alla Vergine dell’Apparizione, alla Madonna delle Grazie, alla Madonna della Carità.

E porterò sempre nel cuore anche la Madonna della Fiducia, che ho imparato ad amare e a invocare nel Pontificio Seminario Romano Maggiore, e alla quale ho affidato tanti giovani in cammino verso il sacerdozio.

A Maria affido il mio ministero episcopale e il cammino di tutta la nostra Chiesa. Ci insegni a custodire Gesù nel cuore, a riconoscerlo nei fratelli e a portarlo con gioia a tutti.

Con Lei ci accompagnino san Giuseppe, i santi martiri Felice e Fortunato e tutti i santi che oggi celebriamo.

E permettetemi, prima di concludere, di chiedervi una cosa semplice: pregate per me.

Pregate perché rimanga sempre innamorato di Gesù e della sua Chiesa, costi quello che costi. Perché sappia ascoltare, servire, lasciarmi correggere quando sarà necessario, e soprattutto amare.

E io pregherò per voi, perché insieme possiamo crescere nella fede, nella speranza e nella carità.

Perché andiate e portiate frutto.

Non frutti effimeri, ma un amore che rimanga. Non soltanto per noi, ma per la vita del mondo, anzi per la vita eterna.

E che, un giorno, possiamo ritrovarci tutti nella moltitudine immensa contemplata dall’Apocalisse, alla presenza del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, nella gioia senza fine.

Amen.