SGUARDO PASTORALE

Santi e beati

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Abbiamo celebrato la festa dei Santi e la liturgia di queste prossime domeniche ci orienterà sempre di più a riflettere e contemplare il mistero della salvezza e della vita eterna in Dio. È una dimensione della nostra fede su cui spesso non ci soffermiamo perché ci sembra distante da capire e relegata ad un tempo che sarà, ad un tempo oltre il tempo, per dirla tutta. La beatitudine che vivremo, per la misericordia del Signore, ha però a che fare con quella beatitudine che dovrebbe caratterizzare le nostre relazioni qui sulla terra, in questa storia, in questa vita. Il nesso ce l’ha proposto proprio il brano evangelico del discorso della montagna letto nella liturgia del primo novembre. Andando oltre al commento delle parole di Gesù, pensavo a questa beatitudine e al nesso con le nostre relazioni presenti e mi chiedevo quale fosse il passaggio che ancora manca ad ognuno di noi per “coprire” di pienezza tutto ciò che vive e per trasformare il modo in cui le vive. Ho pensato ad un’altra proposta di Gesù per i suoi discepoli, che viene comunemente individuata nei così detti “consigli evangelici” della povertà, della castità e dell’obbedienza. In maniera fin troppo scontata ci vien da pensare subito che questi consigli siano per preti, frati e suore, tanto da delineare la cornice del loro stato di vita seppur espressi e vissuti con caratteristiche diverse. Con troppa superficialità li liquidiamo senza pensare che, invece, sono consigli per tutti coloro che lo vogliono seguire perché a tutti gli effetti rappresentano la chiave di lettura delle relazioni così come ogni fedele cristiano sarebbe chiamato ad improntarle per vivere della beatitudine del vangelo. I consigli evangelici, dunque, non delineano solo lo stato di vita di alcuni, ma devono caratterizzare le relazioni di tutti i cristiani. Quelli che ne faranno il loro stato di vita sono chiamati a rievocare in modo tipico, cioè esemplare, la vita in Cristo, ma tutti se ne dovranno servire per orientare cuore e volontà a Colui che ci salva. Essere poveri nel secolo, cioè usando di beni materiali frutto del lavoro perché, ad esempio, si sono assunti degli impegni e responsabilità economiche verso terzi o si ha una famiglia da mantenere, significa che nessuno è reso esente dal dovere di vivere uno stile di vita sobrio, rispettoso della dignità di tutti, accorto nell’evitare sprechi, sostenibile per l’ambiente. Essere casti in una relazione affettiva, sponsale o amicale, significa liberarsi da ogni logica di dominio e possesso dell’altro da sé, significa guardare in profondità nel proprio cuore e nella propria storia per riconoscere i propri vuoti e le proprie ferite, prenderne consapevolezza e non riversarle nel rapporto con chi ci sta a fianco, quasi per prendere dall’altro quello che manca a noi. Essere obbedienti, significa essere in ascolto dell’altro come in ascolto dell’Altro la cui Parola orienta i cuori dei giusti. Significa avere il coraggio di non fuggire mai dalle proprie responsabilità, dalla propria vita, e di volerla vivere da protagonisti e servi del Vangelo, pronti e con le lucerne accese, con la lode sulle labbra e la speranza nello sguardo. A questi aggiungerei una sorta di quarto voto proprio di ogni battezzato: la passione per l’annuncio del Vangelo, per la missione di Cristo e della Chiesa, che tradurrei nella sincerità e limpidezza che dovremmo riservarci l’un l’altro, per custodire il bene della fraternità. Il segno è quello della comunione come testimonianza forte. Di questo dobbiamo rallegrarci ed esultare.

don Simone Zocca