RIFLETTENDO SUL VANGELO - DOMENICA XVIII DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C

Arricchire davanti a Dio

LETTURE:  Qo 1, 2; 2, 21-23; Sal 94; Col 3,1-5. 9-11;  Lc 12,13-21

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Il brano di vangelo di questa domenica (Lc 2,13-21) ci mette di fronte ad una situazione realistica e persino frequente nella vita di tutti i giorni. “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità!” (v.13): è la domanda che uno della folla rivolge a Gesù, fiducioso di essere difeso nei suoi diritti. Due fratelli, infatti, erano in lite tra di loro perché non riuscivano a spartirsi l’eredità. Pensiamo a quante famiglie divise o che vivono di rancori tenaci e quasi invincibili proprio per questo conflitto della divisione dell’eredità. Quante relazioni interpersonali andate perdute per interesse. E non solo a causa di beni materiali, come nel caso dell’episodio del vangelo, ma anche per accaparrarsi la stima altrui, per apparire più autorevoli degli altri, per prevalere ad ogni costo.

Alla luce del Vangelo di oggi, invece, cogliamo un severo ammonimento per chi, nel progettare e vivere la propria esistenza, punta tutto sull’interesse, sul tornaconto, sull’accumulo di beni e quando due o più persone che hanno impostato così la loro vita si incontrano, allora sono inevitabili i contrasti. Proprio come accade ai due fratelli che si rivolgono a Gesù: l’interesse per l’eredità li fa entrare in rotta di collisione, tanto che non riescono più a parlare tra loro e chiedono a Gesù di risolvere la loro controversia. Essi ignorano – e forse capita anche a noi – che la soluzione a queste situazioni assurde non sta fuori di noi, bensì nel nostro modo di concepire la vita e vivere le relazioni. Gesù, infatti, rifiuta di prendere posizione, “Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?” (v. 14) e sposta il problema sul piano dei grandi valori dell’uomo; sfrutta, cioè, l’opportunità della situazione per impartire il suo insegnamento. Non servono ricette particolari, ma la conversione del cuore e della mente. E questo cambio di rotta comincia con il prendere coscienza della stupidità di una vita spesa ad accumulare beni, come l’uomo della parabola raccontata da Gesù. Quell’uomo, che non faticheremmo a considerare un uomo di successo, Dio, invece, lo giudica uno stolto: ha lavorato molto, ha speso fatiche e sudori per garantirsi molti beni, ma ha reso arido e sterile il suo cuore. In verità Gesù non dice che quell’uomo è stolto perché ha faticato tanto e ha fatto fruttare, intelligentemente, i suoi campi. Egli è stolto perché, dedicandosi solo a queste cose, ne ha omesse delle altre essenziali nella vita di una persona. La sua corsa affannosa per accaparrare lo ha portato a dimenticare Dio e ad addormentare la coscienza, appiattendosi sull’avere. Ecco dunque la vera sapienza: mani piene, ma aperte e stese verso gli altri. Al contrario dello stolto, che ha mani piene ma chiuse e attaccate a sé. L’insegnamento di Gesù lo possiamo riassumere in questa maniera: non bisogna accumulare per sé, ma arricchire davanti a Dio, cioè investire quello che siamo e quello che possediamo, nel progetto di umanità che il Vangelo ci propone, centrato sulla fraternità, sulla disponibilità ad essere vicini a chi ha meno di noi, sulla disponibilità ad accogliere chi bussa alla nostra porta, a promuovere ed esigere una politica seria a favore dei più deboli. A volte è forte, in tutti, la tentazione di mescolare la logica di Dio che il Vangelo ci suggerisce con quella dei poteri di questo mondo. Per cui se nella logica del mondo il potere e il denaro sono dei fini da raggiungere e da mantenere con qualsiasi mezzo, nella logica del Vangelo il potere e il denaro diventano dei mezzi messi al servizio della giustizia, del bene comune e della dignità di ogni persona. “La vita non dipende dai beni che uno possiede” (v. 15) ci ha suggerito Gesù oggi e certamente non voleva dire che non avere soldi è una fortuna, ma metterci in allerta contro un uso sbagliato che andrebbe contro il nostro stesso bene. San Paolo nella prima lettera a Timoteo scriveva: “L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori (1 Tm &,10).

don Danilo Marin