SGUARDO PASTORALE

Preti della gente e per la gente

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Lo scorso 17 febbraio, ai seminaristi del Pontificio Seminario Sardo, papa Francesco ha invitato i giovani in cammino verso il sacerdozio a “prepararsi a diventare preti della gente e per la gente”. Traggo spunto da questa breve, ma quanto mai vera, affermazione per una mia riflessione sulla vita sacerdotale all’indomani della giornata per la santificazione del clero.

Da qualche giorno, infatti, non riesco togliermi dalla testa una domanda che mi si esprime con un’immagine: ci sono un giovane e un sacerdote, seduti l’uno di fianco all’altro e entrambi con lo sguardo proiettato avanti: il giovane sta pensando al suo futuro, guarda avanti verso l’orizzonte per fissare lo sguardo su un qualche punto quasi a trovare con gli occhi quel riferimento che il suo cuore cerca, interrogandosi se Dio lo stia chiamando a qualcosa di più radicale; il sacerdote, che ascolta le confidenze ad alta voce del giovane e che col pensiero ripercorre veloce le motivazioni della propria scelta di vita, guarda avanti verso l’orizzonte quasi a cercare la conferma di quello che vorrebbe dire al giovane che è con lui. Ad un certo punto della conversazione è ad entrambi chiaro che è tempo di scegliere, ma cosa e come? Il giovane sembra orientato ad una scelta di consacrazione e una ipotesi “in ballo” è quella di entrare in Seminario; il sacerdote, che lo incoraggia a seguire il cuore, si pone una domanda: “Cosa offriamo a un giovane che un domani potrebbe essere parte del presbiterio diocesano? Che cosa lo può affascinare di questa realtà e di questa chiesa diocesana?”.

Ecco la domanda è proprio questa. La diocesi potrebbe essere delle dimensioni della nostra o dieci volte più grande ma, pur con qualche variabile oggi poco significativa, la domanda sarebbe sempre la stessa. Il ministero del presbitero perché dovrebbe affascinare un giovane che si appresta a fare la scelta decisiva o perché dovrebbe continuare ad essere il gusto della vita per un prete già navigato? Tanto all’inizio quanto a percorso già intrapreso la questione deve essere affrontata. Il giovane del racconto, per rimanere nell’immagine verosimile, si è anche consacrato scegliendo però ciò che gli avrebbe permesso di assecondare meglio le proprie aspettative. Del resto, tutti scegliamo in base ad un progetto che abbiamo su di noi, almeno all’inizio, ma questo criterio sarà sufficiente per tutta la vita? Quei giovani che scelgono di laurearsi in una specializzazione e poi nella vita faranno altro, che adulti saranno? Basta nutrirsi dell’immagine che si ha di se stessi per fondare un progetto solido per il futuro?

Sto giungendo alla conclusione che la domanda di quel sacerdote sia una domanda se non falsa almeno ambigua. Cristo che cosa aveva da offrire ai suoi che ha chiamato? Senza dubbio non la gloria di questo mondo e nemmeno un posto sicuro al riparo del quale rimanere. E infatti molti se ne andarono. Quelli che rimasero perché lo fecero? L’amore per il Maestro, potremmo rispondere. Voglio provocare dicendo che nemmeno questa è una risposta del tutto vera. Credo che, ad un certo punto, si siano innamorati perdutamente della missione che era stata loro affidata: annunciare il Vangelo con la totalità della vita. Cristo, infatti, non ha mai chiesto ai suoi di raccontare la sua storia ma di viverla amando e sacrificandosi. Non si può annunciare così fortemente il Vangelo se non si è perdutamente “presi” dal Cristo, ma possiamo mostrare la profondità della nostra fede senza le opere che segnano la nostra esperienza di discepolato? La domanda vera che quel sacerdote avrebbe dovuto porsi è questa: “Quale possibilità questo giovane sta offrendo a sé? Quella di credere in un’immagine riflessa di se stesso o di abbandonarsi all’immagine del Cristo che si è donato?”.

Noi siamo innamorati della Chiesa di Cristo e della Sua missione?

don Simone Zocca