Sguardo pastorale

Quale parroco?

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Dopo aver riletto due caricature della figura del parroco e del suo ruolo, perché poi nella realtà è di questo che si tratta quando si esagerano dei tratti a scapito di altri, proviamo a soffermarci a evidenziare i tratti più autentici della figura e del ministero del parroco. A questo proposito, un paio di settimane fa rimandavamo alla lettura personale del can. 529 e ora desideriamo riprendere proprio da questo riferimento per sottolineare i verbi che animano e muovono questo ufficio ecclesiastico nei confronti di tutti i fedeli battezzati: conoscere, visitare, partecipare, confortare, correggere, nutrire, stare, affiancare, riconoscere e promuovere, collaborare.

Il parroco è il soggetto di tutti questi verbi cui segue un complemento; ma se fossero troppi da ricordare li riassumeremmo così: conoscere, promuovere, collaborare. Il conoscere infatti indica un’azione complessa che è finalizzata alla cura pastorale di una o più comunità di fedeli, per cui conoscere i fedeli affidatigli per un parroco vuol dire: visitare le famiglie, quindi vedere e toccare con mano il contesto quotidiano e intimo che vivono le persone entrando in familiarità con loro attraverso i racconti delle loro vite. Questo permette di superare una iniziale difficoltà e diffidenza, molte volte reciproca tra prete e fedeli, per arrivare a partecipare gli uni della vita degli altri (pensiamo quanto spontaneamente molte persone si affidino alle preghiere del loro “don”): al parroco è consegnata una grande responsabilità ma al contempo lo fa sentire parte di molte storie e di molte famiglie. Conoscere e partecipare dei tempi della vita dei fedeli non è un’attenzione da poco perché favorisce la possibilità, per il parroco, di essere strumento di consolazione e speranza, confortando e correggendo. È proprio nei momenti più bui della vita che una persona desidera trovare un punto di riferimento forte e una parola a cui aggrapparsi: l’esserci e il sapere stare nelle situazioni più scomode, umanamente fragili e difficili anche per un prete, o vicino agli ultimi del vangelo valorizzeranno il ministero del pastore per lo specifico che egli può offrire; molte volte a un parroco potranno mancare le parole giuste per consolare e confortare o per indicare la strada, ma quello stesso parroco non sarà fuori posto perché sarà rimasto a fianco.

Il ministero del presbitero e quindi del parroco non è dato fine a se stesso ma per la santificazione del popolo affidato e anche il ruolo dovrà essere subordinato a questo fine: uno non è ordinato prete per santificare se stesso ma il popolo, quindi un compito e un ruolo ufficiali nella chiesa come quello di parroco non ha un fine diverso; sarà proprio cercando di perseguire questo fine che, esercitandosi e vivendosi come pastore, il presbitero si santificherà.

Il parroco sarà sostenuto nel suo compito da tre colonne portanti: i fedeli laici stessi, il vescovo e i confratelli presbiteri. Ecco che acquistano il loro complemento i nostri verbi e quelli rimanenti: riconoscere e promuovere il ruolo proprio dei fedeli laici nella missione della Chiesa; collaborare con il vescovo e con il presbiterio. Per quanto riguarda il ruolo proprio dei fedeli laici la riflessione deve portarci ad approfondire e sostenere ciò che la grazia battesimale dona ad ognuno sapendo che è necessario evitare una clericalizzazione dei laici così come è necessario annunciare il vangelo oltre le mura della sacrestia. La collaborazione con il vescovo e i confratelli presbiteri si fonda proprio sul sacramento dell’ordine ricevuto e condiviso nelle responsabilità. Devono crescere infatti la comunione e l’appartenenza ecclesiale in tutti i soggetti coinvolti; per far questo deve essere chiaro a tutti che ci si può giocare solo nelle relazioni e nella capacità di vivere un ruolo nell’autenticità della vocazione che esso esprime.

don Simone Zocca