Sguardo pastorale

Red Sunday

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Il titolo mutua quello dato ad una iniziativa di preghiera, nel Regno Unito lo scorso novembre, per i cristiani martiri e perseguitati in tutto il mondo: il Red Wednesday, cioè il mercoledì rosso, giorno nel quale le facciate delle maggiori cattedrali inglesi, cattoliche e protestanti, si coloravano di una luce rossa a memoria di coloro che sono morti per la fede. Red Sunday, domenica rossa, è un chiaro riferimento alla domenica di Pasqua tinta di rosso nello Sry Lanka, a causa degli attentati esplosivi che hanno seminato morte soprattutto fra i cristiani riuniti in preghiera per la celebrazione della Pasqua, oltre ad aver colpito molte altre persone innocenti. Le autorità religiose affermano che si sarebbero potute evitare queste stragi se l’allarme attentati non fosse stato disatteso.

Ma come? Chiudendo le chiese come il giorno di San Marco e impedendo la celebrazione? Se questo servisse per superare l’emergenza potrebbe essere una scelta, ma per quanto tempo si dovrebbe continuare a nascondersi per la paura? Chissà quante volte ci siamo fatti di queste domande in seguito a notizie tremende come quest’ultima, ma poi la risposta più immediata è stata quella di tornare alla normalità delle nostre vite. Mi chiedo se veramente riusciamo a tornare alla normalità dopo aver sentito di tali atti infami (e lo dico di tutti gli attentati). A me sembra che, inesorabilmente, qualcosa di negativo rimanga dentro il nostro cuore e vada sedimentandosi fino al punto da condizionare la nostra preghiera. Come conciliare infatti l’annuncio pasquale della pace con questo dolore? Come non pensarci nei panni di quei cristiani che qualche istante prima stavano ascoltando l’annuncio gioioso della Pasqua e un istante dopo hanno tragicamente fatto i conti ancora con il buio del male e della morte? Far finta di niente non si può, ma nemmeno nascondersi e rinunciare alla celebrazione della propria fede. Il dolore e il timore di trovare sulla nostra strada l’efferatezza di un male così devastante non può farci smettere di essere noi stessi, cioè “teofori”: strumenti buoni del Dio della Vita, con la testimonianza quotidiana della luce nuova che Egli ha posto nel nostro cuore e convinti di fare nostre le orme del servo sofferente. Anche nella quotidianità, e forse ancor più, la lotta è fra il bene e il male e non fra persone perché l’essenza dei rapporti fra uomo e uomo deve essere solo la carità (come scriveva il nostro condiocesano Evangelista Groppo, un mese prima di morire, ormai a Italia liberata dal nazifascismo). Il tempo di ieri come il tempo di oggi è segnato dal male, ma credo anche sia abitato da uomini e donne che non rinuncerebbero mai ad essere se stessi in nome della carità evangelica. Credo sia questa la migliore risposta personale e pastorale sulla quale puntare per continuare ad aprire strade di speranza anche in tempi e situazioni buie; credo sia questa la scelta più azzeccata per non lasciar cambiare il nostro cuore da paure, risentimenti, pregiudizi e luoghi comuni; credo sia questa la risposta più efficace e disarmante per chi invece vuole tenerci legati a logiche umane e tenebrose. Il Risorto non ci dà altre armi che la luce di una speranza e gioia vere, che non ci tolgono dal male ma ci permettono di attraversarlo e di vincerlo cambiando i cuori e salvando l’uomo.

don Simone Zocca