Come nani sulle spalle dei giganti

La scala della fede

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Proviamo a salire. La mia vicenda spirituale, ciò che vivo personalmente come singolo, ciò che scelgo, che desidero, tutto ciò che fa parte della mia esperienza di fede, finisce lì, tra la punta dei capelli e il mignolo dei piedi, oppure mi supera e mi precede? Ci pensavo in questi giorni tra le pagine del Diario di Etty Hillesum, ragazza ebrea che morirà ad Auschwitz a 29 anni: è vibrante ciò che lei scrive quando mette in relazione la vicenda che sta attraversando con quella del suo popolo di fede. Non è lei in un campo di concentramento, ma è la fede di un popolo che viene coinvolta nella stessa vicenda.

Ciò che accade precede e supera la stessa Etty che riconosce il destino di un popolo a cui lei appartiene tanto da arrivare a rappresentarsi in esso. Primo gradino. Nel nostro tempo in cui la spiritualità “fai da te”, “copia incolla”, “mordi e fuggi” che viene scelta anche dai cristiani mi conferma di quanto sia problematica e rischiosa oggi un’esperienza spirituale fatta di pratiche personali che precedono la stessa pratica ecclesiale.

Papa Francesco, commentando la lettera agli Ebrei, ha chiesto di non privatizzare la fede ma di custodirla e scoprirla come popolo. Non è solo un fatto mio personale, ma diviene il fatto di un popolo, di una comunità. Ritorno perciò sulla domanda iniziale e debbo ammettere che se limito le vicende spirituali alla mia spiritualità rischio di vivere un’esperienza spirituale incompleta e borderline. Torno all’eucaristia e riscopro che Gesù ha fatto questo gesto e ha detto queste parole coi rappresentanti del suo popolo e li ha fatti partecipare a tal punto da dare se stesso come cibo. Niente omelie beote o fervorini pietistici, ma un atto reale di vero amore condiviso. Secondo gradino.

La comunità cristiana di oggi, fatta di credenti e praticanti, non credenti e praticanti, credenti lontani, vicini, dubbiosi, feriti… ah! Sono sempre in difficoltà davanti a questo modo di rileggere e interpretare la realtà che necessita di definizioni e giudizi. Ci riprovo: penso alla comunità cristiana di oggi fatta di uomini e donne che vivono come storia dell’umanità le vicende dell’esistenza semplicemente cercando pienezza, chi in un modo e chi nell’altro.

Probabilmente si potrebbe parlare di discernimento personale, umano, individuale, legato allo spazio e al tempo del singolo. Perché non rilanciare questa prospettiva spirituale alla comunità? Perché non gioire, danzare, cantare attorno alla mensa eucaristica e in ascolto del Logos chiedersi cosa suggerisce lo Spirito di Dio alla sua Chiesa, alla sua comunità parrocchiale intesa come Corpo Mistico e non come semplice somma delle parti? Quali passi compiere, quali attese vivere, quali corse affrontare e le soste obbligate per non cadere nell’affanno che uccide? Terzo gradino: la questione della mia personale santità non può mai essere slegata dalla santità della mia comunità, della comunità con cui spezzo il pane dell’eucaristia. Quarto gradino…

Damiano Vianello