SGUARDO PASTORALE

La Quaresima, giorni di penitenza

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La Chiesa stabilisce, come si può leggere nella costituzione conciliare Sacrosantum Concilium, che nei vari tempi dell’anno la formazione dei fedeli cristiani sia completata attraverso la proposta di pie pratiche sia spirituali che corporali, fra le quali anche opere di penitenza. La Quaresima è un tempo dal duplice carattere per ciascun fedele: di grazia, per la riscoperta dell’identità battesimale, e di penitenza, per la consapevolezza del peccato nella propria vita. Per questo motivo i fedeli sono invitati alla riflessione attraverso un ascolto più intenso della Parola di Dio e attraverso l’utilizzo più abbondante degli elementi battesimali della tradizione quanto degli elementi penitenziali (SC 109). Soffermiamoci sulla penitenza.

Il segno penitenziale pubblico con il quale la Chiesa inizia il tempo della Quaresima è quello dell’imposizione delle ceneri sul capo dei fedeli: un segno che ha origini nell’antica prassi penitenziale attraverso il quale, anche oggi, significa la fragilità della condizione umana e il pentimento della persona che riceve questo segno. Il segno non sostituisce la decisione del cuore, di ogni singolo, alla conversione attraverso l’assunzione di uno stile di vita conforme al vangelo: Dio che ha scelto lo stile di darsi completamente a noi attende, da parte nostra, lo stesso stile di dono a Lui e al prossimo completamente. Si tratta di far compiere alla fede personale un passo in avanti in modo che non sia più vissuta intimisticamente ma pubblicamente, senza ipocrisia o vanagloria. Quindi la penitenza quaresimale, più che dire privazione e comandare una rinuncia, ci parla di un tempo nel quale riscoprirsi davanti a Dio per quello che si è e riscoprire Dio per quello che è: Padre, Misericordia, Luce, Acqua, Speranza… In che modo fare penitenza non è stabilito; ma che “tutti i fedeli sono tenuti a fare penitenza, ciascuno a proprio modo”, questo è stabilito “per legge divina” (can. 1249). Per legge divina quindi è stabilito che ognuno possa darsi l’occasione per entrare più profondamente in contatto con se stesso e con Dio, quindi è lo Spirito Santo che ci sospinge in questo tempo di penitenza perché sia un luogo, il nostro “deserto”, nel quale ci lasciamo vincere nel nostro peccato dall’Amore misericordioso di Dio. Allora, continua il canone citato, affinché ci sia una unitarietà per l’osservanza della penitenza vengono stabiliti dei giorni penitenziali: il tempo di Quaresima e tutti i venerdì dell’anno (can. 1250). Ma poiché la dimensione della penitenza è da considerarsi fondamentale e costante nella vita cristiana, oltre al digiuno e all’astinenza, si chiede che i fedeli curino in modo particolare preghiera, opere di pietà, di carità e il compimento più fedele dei propri doveri (can. 1249). Nel codice del 1917 veniva dato risalto solo all’aspetto del digiuno e dell’astinenza, mentre nell’attuale normativa ci si è posti in sintonia con la costituzione apostolica Paenitemini di Paolo VI. Il Vangelo ci consegna: il digiuno, la preghiera e l’elemosina, tre strumenti attraverso i quali purificarci da ciò che ancora ci tiene legati ad una mentalità mondana, cioè ad una mentalità che si ferma al superfluo, all’esteriore, al superficiale. Sono tre strumenti che insieme permettono di vivere la penitenza quaresimale non soltanto individualmente e internamente, ma anche esternamente e con un risvolto nella vita della società (SC 110). La fede in Cristo è infatti anche testimonianza forte.

Il linguaggio simbolico, le espressioni normative e la consegna del Vangelo ci chiedono essenzialmente di “ritornare a Lui con tutto il cuore”.

 don Simone Zocca