Come un dialogo tra amici

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CATECHESI E COMUNITA’

“Lettera ai cercatori di Dio”: i punti salienti e le novità

Come un dialogo tra amici

Continuo la presentazione dell’importante Documento della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, “Lettera ai cercatori di Dio” e cerco di evidenziare quelli che sono, a mio parere, i punti salienti e le novità del Documento stesso.

Già osservando il genere letterario e la struttura della ‘Lettera’, abbiamo potuto renderci conto che essa tende a riallacciarsi alle radici dell’esperienza cristiana, individuale e comunitaria e, insieme, a rivolgersi agli uomini e alle donne che abitano il mondo attuale, senza preclusioni, anzi tentando di raggiungere anche coloro che non cercano più, “rassegnati o delusi” (p. 6).

Il testo vuole essere a un tempo rassicurante, carico di quella gioia che appare una cifra del cristianesimo autentico (“Siate sempre lieti”, 1 Tess 5,16, “pieni di gioia”, At 13,52) e anche onesto nel riconoscere gli ostacoli, le fatiche, i dubbi suscitati dall’interrogarsi sul “mistero ultimo che tutti ci avvolge” (p. 5). La dimensione originaria e quella attuale vengono messe in contatto, quasi cancellando o mettendo tra parentesi la distanza tra Chiesa e mondo, tra fede e ragione che la modernità sembrava avere una volta per tutte sancito.

Non solo: in queste pagine sembra di sentire riecheggiare lo spirito del celebre proemio della Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, nel quale si affermava che la comunità cristiana “si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e la sua storia” (GS, 1) e il Concilio rivolge “la sua parola non ai soli figli della Chiesa”, ma “a tutti gli uomini indistintamente” (GS, 2).

Anche rispetto a questa inedita impostazione del Concilio, la ‘Lettera’ introduce una ulteriore novità, rappresentata dalla dimensione personale e di dialogo tra ‘amici’, che viene proposto. Non si tratta, almeno inizialmente, della relazione ‘gerarchica’ di un insegnamento, seppure rivolto a tutti, ma di un comune interrogarsi, che unisce gli autori e il lettore del testo.

Una notazione, già accennata, può essere approfondita. Il testo si apre con una espressione che rievoca il titolo e si riverbera sull’idea di Dio in esso evocata: “Siamo cercatori di felicità – dice l’incipit del primo capitolo -, appassionati e mai sazi”.

Questo tema della felicità – che non afferma, come abbiamo già osservato, promesse di facili soddisfazioni – è un filo conduttore fondamentale che percorre le pagine del testo, riconoscendo una fondamentale vocazione dell’uomo e del cristiano.

Dall’iniziale anelito alla felicità si passa – nella pagina che introduce al capitolo centrale dell’opera -, alla citazione del brano delle “beatitudini” di Matteo (5,1-12), che rappresenta il “programma di vita” dei discepoli di Gesù (p. 60). Ancora, alla fine della descrizione della “mappa” dell’esistenza cristiana, approdata alla dimensione comunitaria della chiesa, sono riportate le “beatitudini” di Luca (6,20-24), definite come “il criterio e la misura” della credibilità stessa dei cristiani (p.108). La gioia, insieme all’amore vicendevole, è dunque il segno della fede cristiana, e trova compimento nell’immagine del paradiso con cui si conclude l’intero testo, permettendo di affermare che “l’annuncio cristiano” è bella notizia e “ci aiuta a vivere con speranza e responsabilità la nostra vita” (p. 118).

Rispetto alle presentazioni dei documenti per la comunicazione della fede finora esposti, ci sembra che la “Lettera ai cercatori di Dio” sia meno preoccupata di fissare regole, contenuti e percorsi “abilitanti”, ma si orienti verso un modo, un contatto più personale e “umano”, cercando di toccare il cuore del lettore. Non è un caso che, dopo pochi mesi dalla sua pubblicazione, raggiunga quattro edizioni, mostrando che, forse, l’interesse per il tema della fede non è scarso, ma è necessario trovare la forma e il linguaggio per affrontarlo in modo coinvolgente. (2. Continua)

don Danilo Marin