1) Verso un mondo migliore

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Domenica prossima 19 gennaio la “Giornata”

1) Verso un mondo migliore

Intervento dei Direttori Migrantes del Triveneto

(2. Migranti nel Triveneto a cinque anni dall’inizio della crisi: stabilità o rinnovata mobilità?)

(3. Pio X e l’emigrazione. Intervista a Giampaolo Romanato)

Martedì 7 gennaio a Cavallino i vescovi del Triveneto –  il patriarca e il nostro vescovo Adriano (responsabile della commissione Migrantes) – hanno presentato la Giornata dei Migranti che si terrà domenica prossima 19 gennaio sul tema “Migranti e rifugiati verso un mondo migliore”. Pubblichiamo l’intervento dei direttori Migrantes del Triveneto. Di seguito poi un servizio sulla situazione e i dati nel Triveneto e infine un’intervista al prof. Romanato su Pio X e l’emigrazione.

C’è un popolo nel mondo che conta 214 milioni di persone (fonte OIM 2010) ed è il popolo dei migranti, un popolo in

movimento per ragioni culturali (ad esempio i Rom e i Sinti), per ragioni lavorative (pensiamo ai circensi, ai lunaparchisti), per ragioni di ricerca di un  posto migliore dove vivere (gli immigrati), oppure per fuggire da guerre, persecuzioni, torture (sono i rifugiati e i profughi).  I profughi e i rifugiati sono proprio i più vulnerabili tra i migranti. Per loro cercare un mondo migliore dove abitare significa sopravvivere. Nel 2011 hanno fatto domanda di asilo politico in Italia 37.350 persone (fonte Dossier Caritas-Migrantes). Possiamo affermare che in Italia il rifugiato non ha piena tutela. Non possiamo purtroppo sostenere il contrario se ci ricordiamo di coloro che perdono la vita nel Canale di Sicilia, dei richiedenti asilo che bivaccano a Lampedusa fuori dal centro di prima accoglienza, dei rifugiati e richiedenti asilo che occupano gli edifici inagibili e abbandonati nelle periferie delle grandi città o i parchi e le zone verdi in tutto il territorio italiano. Tutelare i rifugiati non significa dichiararli inespellibili, ma offrire loro accoglienza ed integrazione sociale e culturale.  I cittadini stranieri regolarmente soggiornanti in Italia sono 5.011.000, come ha rilevato il Dossier Caritas-Migrantes del 2012. Il fenomeno dell’immigrazione per il nostro paese è divenuto un fenomeno sociale ordinario e non legato all’emergenza. La società italiana è cambiata in questi ultimi anni grazie alla presenza nelle comunità degli immigrati. Bisogna che le diocesi in Italia maturino una pastorale ordinaria verso i migranti. Papa Francesco ci chiede di superare la distinzione tra italiani e stranieri. Solo un’attenzione della pastorale ordinaria alla multietnicità della nostra società, nella catechesi, nella liturgia e nella carità, ci permette di sensibilizzare le comunità cristiane e la società civile alla cultura dell’incontro. La crisi economica attuale sta scatenando, invece, una inutile guerra tra cittadini italiani e stranieri, mentre dalla crisi usciremo solo se sapremo impegnarci insieme. La crisi economica, infatti, ha messo in luce gli aspetti della mancata integrazione tra le diverse culture presenti nelle nostre comunità. Anche alla luce della mancata integrazione possiamo spiegare il fenomeno dell’affollamento di cittadini immigrati nelle nostre carceri e dell’aumento dell’emigrazione. Proprio il fenomeno dell’emigrazione deve farci riflettere.  Il Rapporto Italiani nel Mondo rileva che ci sono state 50.057 cancellazioni dalle anagrafi italiane per trasferimenti all’estero, il dato più alto dal 2000. Lo stesso dossier ci dice che si tratta di persone giovani e con una formazione scolastica elevata. Dovrebbe meravigliarci il contrario se pensiamo che l’Istat rileva che a settembre 2013 la disoccupazione giovanile supera il 40%. Nei genitori di oggi c’è la palpabile sensazione che i loro figli dovranno vivere in una condizione sociale peggiore rispetto alla loro. Alla generazione dei giovani abbiamo ucciso speranza e futuro: è una generazione chiamata dai sociologi “perduta”. Prepariamo persone con alta formazione e non diamo loro la possibilità con il lavoro di contribuire a far crescere il nostro Paese proponendo loro la strada dell’emigrazione. Il fenomeno dell’emigrazione di questi anni si differenza notevolmente da quello della fine dell’800 e inizio del ‘900, perché oggi non c’è un’emigrazione di massa. Coloro che lasciano il nostro paese per cercare lavoro all’estero hanno un progetto migratorio individuale finendo così per rafforzare l’individualismo già presente nella cultura contemporanea. Nei due secoli precedenti gli italiani emigrando assieme ad altre persone formavano nel Paese di destinazione delle comunità coese che si aiutavano a vicenda. La creazione di una rete di comunità finalizzata all’aiuto e sostegno reciproco tra gli emigranti di oggi risulta, quindi, molto difficile. Questi sono argomenti che dovrebbero trovare ampio spazio nella pastorale delle diocesi e delle parrocchie se l’obiettivo dei discepoli di Gesù ribadito da Papa Francesco è “l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza e diffondere l’amore”. E’ una sfida che deve vedere impegnate in primo luogo quelle realtà di servizio alla Chiesa presenti in ogni diocesi. Ci riferiamo in special modo alla necessità di collaborazione e interazione che dovrebbe stabilirsi tra la Migrantes, la Caritas, i centri missionari, la pastorale per l’ecumenismo, senza dimenticare l’ufficio liturgico, catechistico e non di meno la pastorale giovanile e… in una sinergia di intenti ed iniziative. La  Chiesa deve saper dialogare non solo ad intra, ma anche ad extra: con la Pubblica Amministrazione (ad esempio con le Amministrazioni carcerarie, i servizi sociali e le scuole) e le realtà dell’associazionismo e del privato sociale.  Infine uno sforzo particolare richiede la riflessione sul principale scopo che per sua natura la Chiesa ha, che è quello, oltre alla testimonianza della carità, dell’annuncio esplicito di Cristo morto e risorto per darci la vita vera. Non dimentichiamoci che le opere di carità fatte senza finalità di proselitismo possono essere uno strumento per evidenziare la differenza cristiana che dovrebbe caratterizzare le donne e gli uomini che hanno incontrato il Signore Gesù. (I direttori Migrantes del Triveneto)

 

2) Migranti nel Triveneto a cinque anni dall’inizio della crisi: stabilità o rinnovata mobilità?

Premessa metodologica

I dati più aggiornati disponibili attraverso l’Istat per quanto concerne la popolazione     residente in Italia sono di complessa lettura per le correzioni imposte dal censimento     effettuato a fine 2011. I dati demografici disponibili sulla popolazione residente, in     particolare per la frazione di cittadinanza straniera, sono perciò dichiarati dallo stesso Istat     ancora provvisori. Il brusco “dimagrimento” di fine 2011, strettamente legato agli esiti del     censimento, va preso quindi con molta cautela, anche alla luce della significativa crescita     registrata alla fine del 2012 .

Qual è la situazione degli immigrati nel Triveneto, a cinque anni dall’inizio della crisi economica, occupazionale, sociale che ha colpito la società mondiale, ma in particolare le economie occidentali? Non sembra ci sia stato il rientro in massa ipotizzato fin dal 2009. I dati statistici disponibili, tuttavia, non permettono una fotografia sufficientemente nitida, anche a fronte di quanto precisato nella premessa metodologica. Quanto si registra, infatti, è sostanzialmente una interruzione della crescita della popolazione di cittadinanza straniera. Tale interruzione può essere dovuta a fattori diversi. Va ricordato che da qualche anno non vi sono praticamente quote di ingresso per lavoro subordinato (se non con limitate eccezioni), uno dei principali motivi per il flusso di immigrati che negli anni dello sviluppo produttivo si sono insediati nelle regioni del Triveneto e in tutta Italia. La regolarizzazione del 2009 che ha interessato i lavoratori del settore domestico, d’altra parte, ha visto un numero di domande poco significativo per l’insieme del territorio. I flussi in ingresso nel complesso si sono quindi ridimensionati concentrandosi sull’altra significativa motivazione di immigrazione, cioè i ricongiungimenti familiari. Per i cittadini extra UE, siamo infatti passati nelle regioni del Triveneto dal 34,4%  di ingressi per motivi familiari sul totale nel 2007 al 48,4% del 2012, con un valore assoluto di oltre 23.000 permessi di soggiorno per motivi familiari rispetto ai circa 17.000 per lavoro: questi ultimi calano del 39% rispetto al 2007. In ogni caso, in valori assoluti post-censimento, i residenti stranieri nel Triveneto sarebbero pari a 680.645 persone, con un ridimensionamento post censuario pari a -8,4% tra il 2010 e il 2011 .

Il numero di residenti stranieri nel Triveneto si distribuisce, sempre secondo i dati post-censuari riferiti alla fine del 2012, secondo proporzioni che sostanzialmente rispecchiano la situazione dell’ultimo decennio: 72% in Veneto (pari a 487.030 stranieri residenti), 15% in Friuli Venezia Giulia (102.567), 13% il Trentino Alto Adige (91.046), con una leggera crescita della quota del Trentino Alto Adige rispetto al Veneto. Le province con i valori più alti per residenti sono le provincie venete, in particolare le tre storicamente di “fascia alta”: Verona (100.891 residenti stranieri al 31.12.2012), Treviso (98.958) e Vicenza (94.582); seguono Padova, sulla soglia dei 90.000 residenti stranieri, e Venezia, poco al di sopra dei 70.000; Rovigo e Belluno hanno numeri decisamente inferiori, intono ai 12 – 17.000 residenti. In Friuli V.G. la provincia leader è Udine (39.973 residenti stranieri), seguita da Pordenone (34.419); Trieste e Gorizia rimangono su numeri più bassi, tra gli 11 e i 17.000 residenti. In Trentino A.A. i residenti stranieri sono equamente distribuiti fra Trento (48.710) e Bolzano (42.337). Le provincie con la più alta incidenza di residenti stranieri rispetto al totale della popolazione sono, nell’ordine, Treviso (11,2%), Verona (11,1%), Pordenone (11,0%) e Vicenza (10,9%); l’incidenza media per il Triveneto è del 9,5%, con la punta massima in Veneto (10%). Da ricordare che a livello nazionale l’incidenza si ferma al 7,4%.

I dati sulle residenze, vista l’incertezza dipendente dalle operazioni post-censuarie, non sono sufficienti a risolvere l’interrogativo principale relativo alla stabilità o meno dei migranti presenti nelle regioni del Triveneto, a fronte della crisi economica ed occupazionale degli ultimi cinque anni.   

Certo, la disoccupazione è fortemente salita: rispetto ad una situazione generale da “piena occupazione” pre-crisi (con un tasso di disoccupazione poco al di sopra del 3%), siamo passati ad una disoccupazione del 6,4% nel 2012, con una perdita di quasi 135.000 posti di lavoro in cinque anni (da giugno 2008 a giugno 2013). Una crisi che colpisce soprattutto il lavoro dipendente, in particolare nei settori delle costruzioni, del manifatturiero e dei trasporti, non può non avere effetti molto gravi sui lavoratori migranti, occupati in larga parte all’interno di tali settori. E’ vero che l’occupazione di questi ultimi ha avuto un andamento più altalenante rispetto a quella degli italiani, con cedimenti maggiori all’inizio e qualche piccolo recupero strada facendo. Tuttavia la perdita di posti di lavoro tra gli stranieri, nel medesimo arco di tempo (giugno 2008-giugno 2013), è stata di oltre 12.000 unità (9,3% del totale), circa 6.000 in meno nella sola annualità a cavallo tra 2012 e 2013. E’ calata pure la possibilità di riassunzione rispetto ai licenziamenti o alla più generale perdita del posto di lavoro. Le donne straniere hanno visto un minore coinvolgimento in questa contingenza soprattutto per l’espansione del settore relativo alla cura (specialmente per quanto riguarda le “badanti”).

La perdita del lavoro genera soprattutto nei migranti una condizione di instabilità: chi era giunto in questo territorio attratto dalla possibilità di un’occupazione stabile e remunerativa rispetto al paese d’origine, si ritrova frustrato nelle sue motivazioni ed aspettative. Non soltanto, se vi è stato anche un trasferimento familiare, ed investimenti legati alla casa (di solito con l’accensione di un mutuo) e alla famiglia (soprattutto per i figli), la situazione di disoccupazione da’ origine ad un grave disagio. I cittadini non comunitari, inoltre, vedono complicarsi il mantenimento di una presenza regolare: se non sono in possesso di permesso CE, ovvero di lungo periodo (ex carta di soggiorno), la loro la regolare residenza in Italia è fortemente dipendente dal mantenimento di un’occupazione continuativa.

Quali dinamiche possiamo ipotizzare, a partire da questo insieme di considerazioni? Non sembra, lo ripeto, ci si trovi finora in presenza di un rientro generalizzato. Se da un lato non possiamo oggi affidarci ai dati demografici per trovare conferme su questo aspetto, tuttavia vi sono altre fonti che possono aiutarci a comporre un quadro un po’ più completo e verosimile.

Una di queste è la presenza a scuola di alunni con cittadinanza non italiana. Il rientro stabile delle famiglie di migranti dovrebbe infatti riflettersi in maniera abbastanza diretta sulla presenza dei figli a scuola. Nell’insieme del Triveneto e per l’anno scolastico 2012/2013, gli alunni con cittadinanza non italiana dalle scuole dell’infanzia alla secondaria di secondo grado sono stati 127.729 (ai quasi 92.000 del Veneto vanno aggiunti i 18.500 del Trentino A.A. e i 17.300 del Friuli V.G.). Sono aumentati sia rispetto all’a.s. 2008/2009 sia relativamente all’a.s. precedente. Certo, in misura rallentata, passando da una crescita media del dal 4,6%  tra 2011/2012 e 2010/2011 ad un più modesto 2,6% tra 2013 e 2012. Tuttavia non sono calati. Per una disamina più completa, andrebbero indagate le cifre degli eventuali abbandoni scolastici: una rilevazione compiuta nel 2010 rispetto alla provincia di Treviso non aveva tuttavia fornito risultati significativi. Questo dato sembra quindi non indicare un rientro massiccio delle famiglie. Si segnalano piuttosto casi di “vacanze prolungate”, in cui si approfitta di un rientro estivo al paese d’origine più lungo rispetto alla vacanza scolastica, in cui i ragazzi perdono “solamente” la fine dell’a.s. precedente e l’inizio del seguente.

Vanno considerati inoltre almeno altri due dati, che possono essere indicativi di una tendenza alla stabilità. Il numero dei permessi di soggiorno cosiddetti “di lungo periodo”, o permessi CE, sono percentualmente più alti in Triveneto che in altre zone d’Italia: a fine 2011 eravamo intorno al 60% (dal 54% del Friuli V.G. al 64% del Trentino A.A.) rispetto alla media italiana che supera appena il 50%. Anche le acquisizioni di cittadinanza sono andate significativamente aumentando nel corso degli anni. Nel 2012 sono state 12.700 in tutto il Triveneto; la quota sul totale nazionale è del 19,4%, superiore per 4 punti percentuali rispetto alla quota dei residenti stranieri sul totale degli stranieri residenti in Italia. Nel solo Veneto, per cui si dispone di un’analisi della serie storica, va precisato che rispetto al 2011 le concessioni di cittadinanza registrate nel 2012 sono state in crescita per il 7%, ma il 14% in meno rispetto al 2010. Ciò rispecchia una tendenza presente anche a livello nazionale; l’Istat tuttavia fa notare che uno dei fattori può essere il ritardo nelle registrazioni anagrafiche dovute agli impegni delle stesse anagrafi per le operazioni censuarie. Una indagine in provincia di Treviso, infatti, relativa alle domande per l’acquisizione della cittadinanza permetterebbe di stimare il numero delle richieste presentate nel 2013 in 2.400, con una crescita superiore al 25% rispetto al 2012.

Ciò sta a significare con certezza una volontà di inserimento stabile nel territorio ?

Questi dati non bastano ad affermarlo. Entrare in possesso di un permesso di soggiorno di lungo periodo o della stessa cittadinanza italiana ha come primo effetto, come già si accennava, la liberazione dalla precarietà di un permesso a scadenza, e quindi di fatto una maggior stabilità. Questo tipo di status, però, apre anche alla possibilità di cercare migliori condizioni di vita in tutta Europa, almeno teoricamente, e più agevoli condizioni di ingresso in altri stati occidentali.

Pure questi dati, quindi, vanno letti all’interno del più ampio contesto socioeconomico nel quale tutti ci ritroviamo a vivere. A cinque anni dall’inizio della crisi economico-occupazionale (ma anche culturale) ancora in corso, dobbiamo riconoscere di non riuscire a misurare in maniera più ampia ed attendibile una mobilità che in molti modi incontriamo nella pratica quotidiana di impegno sociale e pastorale. Prendiamo perciò atto che i dati disponibili, comprese le loro incertezze post-censimento, non permettono di definire con chiarezza la mobilità o la stabilità della quota di stranieri presenti nel territorio provinciale.

Pare però evidente che, diversamente da un “rientro generalizzato”, assistiamo piuttosto ad una varietà di strategie per fronteggiare questo tempo difficile da parte dei migranti:

•    rientri temporanei e prolungati di parte della famiglia;

•    migrazioni “transnazionali”, passando di stato in stato all’interno dell’UE;

•    migrazioni “circolari”, o “quasi pendolari”, soprattutto per i comunitari;

•    e, certamente, il tentativo comune anche alle famiglie italiane, di ridurre le spese sperando che la situazione migliori.

Sembra tuttavia che ancora non si sia disposti a rinunciare ad una regolarità e stabilità di soggiorno conquistate a caro prezzo.

Vi è comunque la necessità, a seguito dei ragionamenti sopra esposti, di porre attenzione ad un fenomeno in atto da vario tempo ed ora riconosciuto anche in sede nazionale: il calo demografico e il conseguente invecchiamento della popolazione del Triveneto soprattutto nella sua frazione autoctona. Finora, la quota di residenti stranieri aveva fatto da “freno” o da “tampone” efficace a questa tendenza (pur con marcate differenze territoriali). Sia perché complessivamente più giovane della corrispondente popolazione italiana: tra i residenti stranieri del Triveneto i minori raggiungevano a fine 2012 (ultimi dati confrontabili) il 25% (in Italia il 23%), mentre fra i soli italiani costituivano il 16% dei residenti.

Ma ancor più tale funzione di rallentamento risultava attraverso il confronto dei dati sui saldi naturali (che si ottengono sottraendo il numero dei morti al numero dei nati) nelle rispettive frazioni di popolazione: tra gli stranieri, i saldi rimanevano positivi ancora a fine 2012, con 13.152 nati rispetto a 856 morti. Tuttavia, da un lato continua ad aggravarsi il passivo nel saldo naturale della popolazione italiana (8.121 nati rispetto a 14.529 morti); dall’altro le nascite tra i residenti stranieri vanno invertendo la tendenza a crescere presente fino al 2008. Nel 2012 perciò il saldo di tutta l’area triveneta risulta per la prima volta passivo (64.794 nati rispetto a 70.310 morti). All’interno del territorio rimane positivo il saldo complessivo del solo Trentino A.A., mentre il saldo del Veneto diventa per la prima volta passivo, accompagnandosi al saldo del Friuli V.G., negativo già da qualche anno.

A questa situazione demografica “interna”, già di per sè preoccupante, va aggiunto un riprendere del flusso migratorio verso l’estero degli italiani, soprattutto giovani. Se da un lato sembra che tale flusso a livello giovanile non sia così dissimile da quello di altri paesi europei (Italia 10%, Francia 8%, Gran Bretagna 12% sul totale della popolazione 15-24 anni), in Veneto il 4% del 2008 è diventato l’8% del 2012, anche a causa della sempre maggiore difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro con prospettive stabili. Sembra tuttavia che il saldo migratorio negativo con l’estero sia legato sia ad un aumento delle uscite che ad una riduzione dei rientri: i dati delle iscrizioni all’AIRE (Anagrafe italiani residenti all’estero) danno infatti un aumento soprattutto delle iscrizioni per nascita (+ 32%) rispetto a quelle per espatrio (+6,6%), mentre i dati delle anagrafi, pur con tutte le cautele delle operazioni post-censimento, danno per i soli italiani un aumento dei “cancellati per l’estero” pari al 46,5% rispetto al 2008 e una riduzione degli “iscritti dall’estero” pari al 26,6% (nel 2012 sarebbero “usciti” dal Veneto 6.537 italiani rispetto a 2.148 “rientrati”).

Qualcuno potrebbe pensare che una tale situazione possa essere funzionale almeno alla dimensione economica ed occupazionale della crisi che stiamo vivendo: se la torta comune rimpicciolisce, è un bene che diminuiscano anche coloro che se la devono spartire. Tuttavia, va ricordato che sotto una certa soglia di popolazione attiva e in età giovanile, rischia di collassare l’intero sistema, sia economico che sociale. La dipendenza degli anziani (sopra i 65 anni) sulla popolazione in età da lavoro rischia di diventare sempre meno sostenibile (dal 31% odierno al 59,7% nel 2065 secondo le previsioni Istat per l’Italia, che forse andranno ritoccate verso l’alto visti gli ultimi sviluppi della situazione  migratoria), e la funzione di ricambio di popolazione delle fasce più giovani è già, in questo momento, fortemente compromessa. Il rischio, restando nella metafora culinaria, è che al di sotto di una certa soglia, non vi sia più chi possa preparare la torta per tutti…

Insomma, uno dei punti di forza dell’Italia e del Triveneto, quello di essere stato nei secoli un territorio di scambi commerciali, culturali, ma anche demografici con l’insieme del mondo mediterraneo ed europeo, rischia di venir meno e di lasciarci decisamente ai margini di qualsiasi ripresa, non solo economica, ma anche culturale e sociale. Forse è il caso di prenderne atto, e di concertare possibili interventi di prospettiva, al di là di preoccupazioni ideologiche o di consenso popolare. Piuttosto, è la coscienza collettiva che va adeguatamente informata e coinvolta in tale processo.

Da questo punto di vista, l’azione pastorale delle Chiese del Triveneto non potrà essere assente da queste dinamiche cruciali per il territorio in cui viviamo. La stessa pastorale per i gruppi di cattolici di nazionalità straniera dovrà confrontarsi ancor più con la tensione a lei insita tra custodia delle specificità culturali e delle tradizioni religiose di origine e inserimento sempre più attivo di questi cattolici nel tessuto delle Chiese del Triveneto. Costoro potrebbero essere infatti cruciali nel  risvegliare una società – e una Chiesa, presente in questa società – che sta invecchiando nell’età  anagrafica dei suoi membri, ma anche nelle sue prospettive di futuro e di speranza, e che ha profondamente bisogno di chi genera vita, come i migranti: sia mettendo al mondo figli, sia portando in mezzo a noi altri modi di stare al mondo con i quali confrontarci e interagire con intelligenza e creatività.

Bruno Baratto – Migrantes Treviso

 

Riferimenti bibliografici

Immigrazione straniera in Veneto. Rapporto 2013, a cura dell’Osservatorio Regionale Immigrazione

Uno Stallo insidioso. Stillicidio dei posti di lavoro e stress delle politiche di contrasto

Rapporto 2013, a cura di VenetoLavoro

Nord Est 2013. Rapporto sulla società e l’economia, a cura della Fondazione Nord Est

Cittadini stranieri residenti in provincia di Treviso. Anno 2012, a cura di Anolf, Caritas, Cooperativa “Servire”

Rapporto Italiani nel Mondo 2013, a cura di Fondazione Migrantes

Immigrazione. Dossier Statistico 2013. Rapporto Unar, a cura di Idos

www.istat.it

 

 

3) Pio X e l’emigrazione

Intervista a Giampaolo Romanato

Fra i vescovi italiani del suo tempo Pio X fu uno dei primi a percepire l’importanza e le potenziali conseguenze del fenomeno migratorio.

Giuseppe Sarto ebbe sicuramente una percezione maggiore e più tempestiva di quella mostrata mediamente dai vescovi italiani del tempo: Era nato a Riese, una borgata agricola in provincia di Treviso, nel cuore del Veneto rurale e appartenente ancora all’Austria asburgica. Era il primo di otto figli (altri due morirono in tenerissima età) e il padre svolgeva le mansioni di cursore comunale. Studiò dapprima a Castelfranco e poi nel seminario di Padova, con una borsa di studio procurata dal cardi¬nale Jacopo Monico, patriarca di Venezia. Fu ordinato sacerdote nel 1858 e inviato come coadiutore nella parrocchia di Tombolo, non lontano da Riese. Nove anni dopo, nel 1867 (il Veneto era stato annesso l’anno precedente all’Italia), divenne par¬roco di Salzano, un centro dell’entro terra veneziano. Vi rimase altri nove anni, fino a quando il vescovo Federico Maria Zinelli non lo richiamò a Treviso come cancelliere vescovile e direttore spirituale del seminario. Di fatto, pur non avendone il titolo formale, svolse il ruolo di vicario generale della diocesi. Nel 1884 fu nominato vescovo di Mantova, diocesi appartenente alla regione della Lombardia ma confinante con il Veneto e con una situazione economica e sociale molto simile a quella del Veneto. Il futuro pontefice ha vissuto tutta la sua vita, prima di ascendere al pontificato, in un ambiente in cui l’emigrazione costituì uno dei maggiori problemi. La stessa diocesi di Venezia, della quale divenne cardinale e patriarca nel 1893, pur con caratteristiche proprie rispetto al resto della regione, non vi fu estranea.

Il Veneto al tempo del Sarto com’era?

Era una regione povera, marginale, depressa, incapace di rompere il cerchio della miseria. Il periodo della dominazione austriaca (1815-1866) non era stato del tutto negativo, ma aveva frenato e quasi bloc¬cato il suo inserimento nei processi di sviluppo economico europeo e ne aveva condizionato lo sviluppo ad esigenze militari e difensive,  sottraendo risorse a forme socialmente più utili. In questo contesto l’unione all’Italia, pur risvegliando molte speranze, non ebbe gli effetti positivi che si speravano, né furono facili le interazioni con il giovane stato italiano. Né l’agricoltura riusciva a risollevarsi, vuoi per l’endemica mancanza di capitali dei piccoli proprietari, vuoi per la brevità dei contratti di affitto, che scoraggiava qualsiasi miglioria, e quindi l’emergere di un ceto imprenditoriale agricolo.

Inoltre già negli ultimi anni del periodo austriaco si erano manifestati i primi segnali di quella crisi dell’agricoltura (la malattia di alcune piante, come la vite e il baco da seta, e la conseguente ridotta produttività) che esplo¬derà in forma drammatica negli ultimi due decenni dell’Ottocento con la caduta dei prezzi e l’incapacità da parte dell’Italia a reggere la concorrenza straniera. Il tasso di analfabetismo era ne1 1866 del 65%, infe¬riore alle regioni dell’Italia meridionale, ma decisamente supe¬riore a quello che troviamo nella confinante Lombardia.

Pessime erano le condizioni igienico-sanitarie, con le periodiche esplosioni di vaiolo e di colera, che mietevano vittime su vittime, e malattie allo stato endemico come la tubercolosi, la malaria, la pellagra (dovuta a carenze alimentari), le infezioni bronco-polmonari e va¬rie forme di pazzia. L’epidemia di colera del 1884-1886 avrebbe provocato solo nel secondo semestre del 1886, 1560 morti nella zona di Verona e 1928 in quella di Vicenza. La vita media era molto breve: in provincia di Vicenza era nel 1876 di 27 anni e mezzo.

Questa situazione di arretratezza e di povertà deter¬minava, nella mentalità e negli stati d’animo col-lettivi, l’abitudine alla morte e alla sofferenza. Il contadino veneto era un uomo che le condizioni di vita difficili e precarie ave¬vano reso paziente, capace di sopportare con rassegnazione tutte le prove della vita, lavoratore indefesso ma poco incline alla ribel¬lione. Anche la scala dei valori morali era forgiata secondo le esi¬genze della produttività e dell’utile immediato: nella famiglia rurale del tempo la vita d’un animale da lavoro poteva valere di più di quella d’un bimbo, o d’un vecchio, persone fuori dal ciclo della produzione. Questa secolare abitudine a soffrire aiutò gli emigrati veneti a superare la fase di ambientamento, dopo il traumatico impatto con la realtà dell’emigrazione.

Ma ci sono anche altri segnali della fragilità economica della regione. Per esempio l’accattonaggio: sembra che il Veneto avesse la più alta percentuale di mendicanti fra tutte le regioni italiane. E inoltre era addirittura disastroso lo stato delle abitazioni. Diffu¬sissimi nella regione, particolarmente nelle zone prossime al mare Adriatico, erano i cosiddetti «casoni», cioè abitazioni monolocali, con il pavimento in terra, i muri impastati di fango e sassi, il tetto costituito da strati sovrapposti di paglia. Di queste case, che già allora venivano definite «delitti di lesa umanità», ne sarebbero esi¬stite 22.000 nella sola provincia di Padova, in base ad un rileva¬mento del 1886.

In questa situazione, assai difficile, caddero alcuni fenomeni  congiunturali che resero ancora più grame le condizioni del mondo rurale: la crisi agraria di fine secolo che abbassò la pro¬duttività e il rendimento delle campagne; la disoccupazione conta¬dina; l’aumento del costo della vita, cui non fece seguito un paral¬lelo aumento dei salari (all’inizio degli anni Ottanta  il guadagno medio d’un contadino era ampiamente inferiore al minimo vitale); l’incremento demografico che nell’ultimo ventennio dell’800 subì un brusco rialzo. La depressione economica e crescita improv¬visa della popolazione misero in ginocchio un’economia che si fon¬dava essenzialmente sull’ agricoltura. Non mancarono scioperi e agitazioni, come quelli de «La Boje» che nel 1884 interessarono tutta la fascia meridionale della regione, dalla provincia di Rovigo fino a quella di Mantova, provocando una situazione quasi insurrezionale.

La valvola di sfogo che consenti al Veneto di superare uno dei periodi più critici della sua storia fu proprio l’emigrazione. Fra il 1876, l’anno in cui il fenomeno migratorio comincia a diventare consistente e a partire dal quale abbiamo sta¬tistiche ufficiali, e il 1900, se ne andarono dal Veneto circa un milione e ottocentomila persone. Di queste, più di quattrocento¬mila presero la via delle Americhe, in particolare del Brasile, e non fecero più ritorno. Conviene non insistere troppo sulle cifre, perché il flusso migratorio fu talmente tumultuoso da sfuggire, in molti casi, al controllo degli organi governativi. Anche le fonti ufficiali perciò vanno prese con una certa cautela. In più ci fu l’emigrazione clandestina che è ancor più difficil¬mente quantificabile. Il Veneto, nel ventennio 1880-1900, ebbe il primato dell’emorragia migratoria fra tutte le regioni italiane, incluse quelle del sud della penisola. Il fenomeno fu di straordinaria rile¬vanza, non solo per le dimensioni quantitative ma anche per i riflessi politici, sociali, religiosi, di costume. E così pure per le tracce che lasciò nella memoria collettiva, non soltanto dei partenti ma anche di chi rimaneva. Si tenga presente che la popolazione residente nel Veneto, sulla base dei censimenti, era di 2.642.807 persone nel 1871, di 2.814.173 nel 1881, e di 3.134.467 nel 1901. Questa fuga verso l’America ovviamente non lasciò indifferenti i funzionari governativi, che cercarono di individuarne le ragioni. Il prefetto di Belluno, in un rapporto del 1887, ne attri¬buisce le cause esclusivamente alla miseria del mondo rurale. Diversa e più complessa invece l’analisi del prefetto di Verona, che in un documento del 1889 ne vede le cause non tanto nella miseria, quanto piuttosto nell’inganno in cui cadeva facilmente la gente dei campi, attirata dal miraggio di facili ed enormi guadagni fatti balenare dagli agenti prezzolati delle compagnie di naviga¬zione, che battevano le campagne palmo a palmo. Dietro l’esplosio¬ne del fatto migratorio ci sarebbero stati insomma non solo le mise¬rie ma anche l’ignoranza, il desiderio d’avventura, le speculazioni interessate..

Il parlamento e il governo italiani rimasero a lungo distratti rispetto a questo problema vasto, com-plesso e diversificato fra regione e regione e fra provincia e provincia. E tale disinteresse era dovuto al fatto che l’emigrazione era vista come qualcosa di inevitabile, come l’unica via per sfebbrare la tensione demografica e sociale e rendere più tollerabili le condizioni di vita, particolarmente nel Sud e nel Veneto, per chi rimaneva. Né mancava qualche forma di compiacimento ottimistico in chi vedeva nell’ emigrazione una sorta di originale via italiana al colonialismo, o un modo pacifico per configurare un qualche pecu¬liare modello di imperialismo italiano nel mondo. Sta di fatto comunque che la prima legge organica sull’emigrazione fu varata solo nel 1888 (legge 30/12/1888 n. 5866) e pose limitatissimi argini alla speculazione, continuando a guardare all’emigrazione in un’ottica di prosperità nazionale più che, come ammoniva mons. Scalabrini, di dignità e tutela della persona umana. L’emigrante insomma vi entrava «più come oggetto che come soggetto». Bisognerà aspettare il 1901 per vedere varata dal Parlamento una legge finalmente ispirata a criteri di rispetto e di tutela della figura dell’emigrante (legge 31/1/1901 n. 23), secondo le indicazioni di cui Scalabrini e altre componenti del mondo cattolico si erano fatti sempre più pressan¬temente portavoci. Ma erano trascorsi ormai quasi trent’anni dall’i¬nizio del fenomeno e già milioni di italiani avevano preso la via dell’estero al di fuori di ogni tutela, in balia di speculatori e trafficanti, senza garanzie e con modestissime forme di assistenza.

Quale fu allora l’atteggiamento della Chiesa di fronte a tale pro¬blema?

Più che di un’attenzione corale della Chiesa ad un fenomeno che pure assunse dimensioni numeriche macroscopiche, ci sembra si debba parlare di iniziative individuali di prelati, di religiosi e anche di laici. Ma va pure detto che l’inte¬ressamento dei cattolici fu reso difficile e talvolta anche ostacolato dal conflitto fra Stato e Chiesa che avvelenò il clima religioso e civile italiano nei primi cinquant’anni di storia unitaria. Da parte governativa, nei circoli massonici e anticlericali che predominavano nel Parlamento, l’interesse dei cattolici per l’emigrazione, le argomentazioni che essi adducevano a sostegno di quella svolta legislativa che poi si realizzò con la legge del 1901, erano visti con sospetto, con il timore che celassero oscure macchinazioni clericali o disegni indiretti di riconquista dello Stato. E per contro, negli ambienti clericali più intransigenti nei confronti dello Stato, che avevano egemonizzato le nascenti organizzazioni cattoliche come l’Opera dei Congressi, destavano perplessità le iniziative di vescovi come Scalabrini e Geremia Bono¬melli (1831-1914), l’altro grande protettore degli emigranti, perché si vedeva in esse un disegno di collaborazione fra istituzioni statali e istituzioni religiose, una prospettiva di armonia fra religione e patria, fra Stato e Chiesa, che cozzava contro tutto un indirizzo operativo e di pensiero del mondo cattolico. Fu questo clima di sospetti, di diffidenze, di sotterranei rifiuti, che ritardò l’azione dei cattolici e ne diminuì forse anche l’efficacia, su un terreno che invece toccava le corde più profonde della pastoralità della Chiesa.

È proprio in questo contesto che emergono l’originalità e il buon senso di Giuseppe Sarto, che non a caso fu definito il più transigente degli intransigenti. Senza lasciarsi condizionare da pre¬giudizi, com’era sua abitudine, si pose davanti alla questione migra¬toria in atteggiamento essenzialmente pragmatico, affrontando il problema quando questo, quasi all’improvviso, giunse ad interpel¬larlo. Nel periodo in cui operò a Treviso, cioè dal 1876 al 1884, non sembra aver notato il fenomeno, anche se la provincia di Tre¬viso registrò circa 20.000 espatri, fra temporanei e permanenti. Come tutti i sacerdoti veneti del tempo non si limitò certamente ad esercitare solo il ministero spirituale, ma operò attivamente in favore di quella che oggi chiamiamo promozione umana. A Tombolo e a Salzano fece il maestro di scuola e l’amministratore di opere pub¬bliche di assistenza, interessandosi attivamente a svariate iniziative di carattere civile.

Nel 1884 Sarto divenne vescovo di Mantova, una città un tempo fiorente, ricca di arte e di storia, ma in quegli anni in piena decadenza. Più o meno delle stesse dimensioni di Treviso (circa trentamila abitanti), Mantova aveva un clima molto più umido e pesante ed era tristemente nota per l’imperversare della malaria, che vi rimase fino agli anni Venti del nostro secolo. L’economia, interamente basata sull’agricoltura, era in grave crisi, al punto che circa la metà della popolazione cittadina era classificata nella cate¬goria dei «poveri». La tensione sociale era alta, tanto che nel 1874 un’agitazione dei muratori aveva portato addirittura ad alcuni giorni di occupazione militare. Inoltre lo spirito religioso era molto tenue e l’anticlericalismo assai forte, nonostante che la popolazione si dichiarasse nei censimenti, come nel Veneto, a stra¬grande maggioranza di religione cattolica. Anche a Mantova perciò, come nelle confinanti provincie del Veneto, l’emigrazione divenne l’unica possibile soluzione di queste difficoltà. Fra il 1885 e la fine del secolo sarebbero emigrate dalla provincia 34.174 persone. Un’autentica emorragia che costrinse il Sarto ad interessarsi del problema.

Scrive un biografo: « Una domenica di agosto del 1887 mons. Sarto si trovava a Castelbelforte in visita pastorale. Gli fu annunziato che nel prossimo mercoledì sarebbero partiti per l’America, costretti dalla necessità, ben 305 di quei parrocchiani. La notizia lo impres¬sionò vivamente». Qualche giorno dopo, il 19 agosto 1887, scrisse al clero della diocesi una lettera pastorale nella quale, uscendo dal generico e dallo scontato, affermava che causa dell’emigrazione erano le mise¬rabili condizioni di vita dei contadini, ai quali i parroci dovevano offrire «direzione», «consiglio» e «aiuto». Essi dovevano perciò «persuaderli a non lasciarsi trasportare da quel facile entusiasmo, a cui sussegue immediato il pentimento». Sarto mostra quindi di conoscere bene il problema adombrando il timore che la povera gente dei campi possa essere raggirata dagli agenti di emigrazione con false promesse. Ma ciò che gli sta a cuore è soprattutto il rischio che corre la loro fede. Scrive perciò: «Siccome la meta a cui mirano i nostri emigranti è il Brasile converrà dir loro, che questo impero è uno dei più vasti del globo, che la superficie di quasi otto milioni di chilometri quadrati per metà è pochissimo conosciuta, e che quantunque siavi costituita la gerarchia ecclesiastica, vi domini il culto cattolico, la Santa Sede tenga a Rio Janeiro un Internunzio e l’Imperatore mantenga presso il Vaticano un suo rappresentante, per un territorio così vasto e per una messe. così copiosa sono ben pochi i Vescovi e i Sacerdoti, per cui sarà gran ventura, se i nostri poveretti, lontani dai centri potranno forse qualche volta fra l’anno ascoltare la Santa Messa, ricevere i sacramenti, e uno fra cento avere i conforti della fede, prima di passare all’altra vita». E poi¬ché, come sappiamo, partivano in genere le famiglie al completo, il Sarto osserva con buon senso che sarebbe molto meglio se alcuni soltanto potessero partire in avanscoperta, visitare i nuovi luoghi di residenza richiamandovi poi i parenti solo dopo che «fosse ri¬conosciuto un reale vantaggio, e preparato per tutti un asilo si¬curo». Come si vede, si tratta di un intervento preciso e concreto, attento soprattutto alla dimensione religiosa del problema, com’ era nello stile del Sarto, ma non ignaro della sua rilevanza sul piano civile, sociale e politico.

Con questa pastorale Sarto fu uno dei primi vescovi italiani a mostrare attenzione e concreto interesse per la questione migrato¬ria. Emerge la singolarità e la preveggenza della posizione del vescovo Sarto, che non a caso intrattenne sempre rapporti di stima e di grande amicizia con lo Scalabrini. Solo nel 1900 la Conferenza episcopale veneta affrontò concretamente l’argomento emigrazione, per concludere, che «ogni vescovo vegga ciò che nella propria diocesi può fare di bene in questo campo». Per vedere affrontato il problema sotto tutti i punti di vista biso¬gna attendere il 1912, allorché il vescovo di Vicenza Ferdinando Rodolfi introduce nel questionario della sua visita pastorale ben sedici quesiti sull’emigrazione, che di fatto costringono i parroci a radiografare il problema in ciascuna parrocchia. Dalle risposte si ricava che le cifre ufficiali sugli espatri di norma sono inferiori a quelle reali che forniscono i sacerdoti. E si ricava anche che le con¬seguenze dell’emigrazione (il riferimento evidentemente è a quella temporanea, con il ritorno periodico dell’emigrante al luogo d’ori¬gine) sono giudicate« disastrose» sotto il profilo dei comportamenti morali e religiosi. Più attenta al fenomeno appare invece la diocesi di Milano, che avvia a partire dal 1894 concrete iniziative per soccorrere gli emi¬granti prevalentemente stagionali diretti verso le aree confinanti della Svizzera e verso quelle non lontane della Germania.

Non stupisce il fatto che sia stato proprio il Sarto, una volta eletto papa nel 1903, a stimo¬lare la Chiesa italiana a guardare con attenzione maggiore e più concreta al dramma dell’emigrazione.

I suoi interventi in materia sono piuttosto numerosi e circostanziati. Il più interessante è la lettera della Segreteria di Stato ai vescovi italiani dell’8 settembre 1911, con la quale si suggeriva di costituire in ciascuna diocesi un Comitato per l’emigrazione, con Sottocomitati locali, al quale avrebbe dovuto far capo ogni iniziativa al riguardo, sia assistenziale che di censimento del fenomeno. Per il buon funzionamento di tali Comitati era ritenuto assolutamente indispensabile l’apporto dei parroci. Successivamente, nel clima di accentramento e di con¬trollo legato alla lotta al modernismo, Pio X affidò ad uno speciale ufficio in seno alla Congregazione Concistoriale (incaricata di sovrintendere, secondo la riforma della Curia romana varata nel 1908, al governo delle diocesi e alla nomina dei vescovi) l’opera di «assistenza spirituale dei cattolici emigranti». La decisione del papa veniva incontro ad una proposta avan¬zata dallo Scalabrini ancora nel 1905. Il vescovo piacentino, rientrato in Italia da un lungo e faticoso viaggio in Brasile e Argentina, s’era convinto della necessità di un apposito strumento centrale. Scrisse in tal senso a Pio X e ricevette l’incarico di avanzare una proposta concreta. Scalabrini lamenta sia la pessima qualità del clero inviato ad assistere gli emigranti, sia l’equivoca coloritura politica che esso ha assunto, secondo un’ottica che tendeva a vedere nell’emigrazione quasi una forma di larvato colonialismo. Operativamente l’idea dello Scalabrini si compendiava nella richie¬sta di un apposito dicastero romano, capace di superare difficoltà pratiche e conflitti di competenza al fine di affrontare il pro¬blema nei luoghi di emigrazione con soluzioni coraggiosamente innovative: parrocchie nazionali, sacerdoti in ogni comunità, scuole, centri di assistenza sanitaria. La favorevolissima accoglienza di Pio X fu ritardata nell’applicazione dall’esplodere nella Chiesa della questione modernista e divenne esecutiva solo nel 1911/12 in un momento difficili all’interni della Chiesa. Di qui l’impostazione troppo ecclesiastica dei Comitati diocesani e, come si è detto, il valore più di organismo di controllo che di promozione assunto dallo stesso ufficio istituito presso la Concistoriale. Ciò non toglie tuttavia che esso diventasse «un ganglio organizzativo importante, di coordinamento delle attività all’interno delle varie diocesi e del rapporto tra loro; infatti aveva competenza sui fedeli emigranti di tutte le nazionalità di rito latino (per quelle di rito orientale era competente la Propaganda Fide»). Pio X colse nel fenomeno migratorio più i problemi posti ai paesi di par¬tenza che a quelli d’arrivo. Pur non mancando di con-traddizioni, il decennio di pontificato dell’ex vescovo di Mantova rimane come un periodo positivo, durante il quale sia la Santa Sede che la Chiesa italiana guardarono al fenomeno migratorio con reale consapevolezza del problema e con concrete proposte di soluzione. Fra queste va posta anche l’istituzione a Roma di un istituto incaricato della formazione dei sacerdoti italiani destinati all’assistenza degli emigranti, che però, a causa della guerra, potrà concretizzarsi solo alcuni anni dopo .

Tranne qualche isolata figura di ecclesiastico, fra cui emergono senz’altro per capacità di intuizione e lungimiranza, Scalabrini e Bonomelli, la Chiesa italiana si occupa del dramma dell’emigrazione con notevole ritardo rispetto al suo inizio.

Le diocesi appaiono inizialmente distratte e inca¬paci di cogliere le implicazioni umane e religiose rappresentate dallo spostamento da un continente all’ altro di milioni di persone. Quando si prende coscienza del problema, tra la fine del’800 e l’inizio del 900, questo ha ormai raggiunto dimensioni difficilmente controllabili. Inoltre bisogna far notare l’ottica eurocentrica con cui la Chiesa italiana percepì il fenomeno. La preoccupazione, quando compare, è rivolta ai dissesti che questi spostamenti umani producono in Italia e pochissimo o per nulla rivolta alle conse¬guenze che essi producono nei paesi di destinazione. Tale carenza era frutto di una situazione politica ed ecclesiale in cui l’orizzonte della Chiesa aveva un raggio ancora prevalentemente europeo. C’è da far notare l’ottica prevalentemente assistenzialistica con cui viene affrontato il problema dell’emigrazione, quando ciò accade. Cioè: di un problema che rimontava a cause sociali e civili ben precise, che aveva radice nella povertà e nello sfruttamento del mondo con¬tadino, si colgono quasi soltanto le implicazioni religiose in ordine alla scristianizzazione di cui l’emigrazione può essere causa.

Giuseppe Sarto, nato nella regione italiana che diede il maggior contributo all’emigrazione mostra di essersi accorto del problema per tempo, in anticipo rispetto ai suoi colleghi nell’episcopato, con la lettera pastorale scritta a Mantova nel 1887. Rispetto al silenzio di quasi tutti gli altri vescovi, questa sua iniziativa rappresenta quanto meno un segno di attenzione che va fatto notare. Inoltre, pur essendo collo¬cabile nei settori intransigenti della Chiesa italiana, non ne fu mai totalmente succube e mostrò sempre una libertà d’azione e un buon senso pratico che lo staccano dalla cultura alla quale pure apparte¬neva. La sua sempre ribadita amicizia con Scalabrini, mostra che la sua intuizione dei problemi e delle persone era molto migliore della cultura dalla quale proveniva.

Una volta divenuto papa si pose davanti alla questione migratoria con la stessa disponibilità di cui aveva dato prova a Mantova. Di qui il fervore di idee che, particolarmente nel Veneto, si notano durante il suo pontificato. A frenare iniziative più coraggiose, o un’applicazione più larga delle iniziative adottate, intervenne pur¬troppo il clima avvelenato che si determinò a causa del moderni-smo, per cui anche il problema dell’emigrazione finì col restringersi in un’ottica in cui prevalevano fatalmente preoccupazioni di orto¬dossia dottrinale e di controllo da parte dell’apparato ecclesiastico. Sul problema dell’emigrazione dobbiamo concludere che la Chiesa di Pio X si muoveva ancora sui binari piuttosto tradizio¬nali e che la vera percezione del problema cominciava solo allora.

 

 

 

da NUOVA SCINTILLA 2 del 12 gennaio 2014